27 novembre: L’ultimo saluto a Toronto

 
Insomma, alla fine è arrivato anche l’ultimo giorno intero da passare in Canada: questa mattina non eravamo proprio entusiasti di alzarci, ma l’appuntamento al municipio di Toronto per il saluto al sindaco era irrinunciabile e alle 9.00 era prevista la partenza. Quindi, con poche ore di sonno (e stavolta non per colpa del jet-lag), ci siamo rapidamente preparati, ma all’arrivo di Osvaldo l’incontro con il primo cittadino era stato cancellato da un imprevisto funerale al quale David Miller (questo il nome del giovane sindaco di Toronto, di circa 40 anni) doveva partecipare. Dismessi in fretta i panni ufficiali, in breve torniamo casual e pronti per una piccola scoperta del downtown torontoniano.

All’arrivo in città, ecco la sorpresa: il sindaco ci avrebbe ricevuti per qualche minuto, proprio prima di partire. Ci precipitiamo in municipio ed ecco che lo sportivo Miller ci accoglie con simpatia e riusciamo a scambiarci i doni rituali, con l’arrivederci in Italia (proprio la settimana prossima il sindaco è atteso a Milano). Grazie alla disponibilità del primo cittadino, veniamo accompagnati in una sommaria visita della city hall, che è davvero affascinante nella sua modernità, grazie alle tante opere d’arte in essa contenuta.

All’uscita, passeggiata per il centro in puro stile americano, ossia con in mano il bicchierone di cartone di Starbucks con del caffè alla cioccolata bianca che ci accompagna per l’ultimo shopping all’Eaton Centre, a caccia degli ultimi souvenir.

Ultima tappa in città, il Royal Ontario Museum, un monumentale museo di ben quattro piani enormi, con storia, scienze naturali, paleontologia e etnologia come ingredienti principali: una visita di tre ore, che però sono state del tutto insufficienti per ammirare le tante ricchezze presenti tra i corridoi e le sale espositive. Certamente, sarà una delle cose da rivedere con molta più attenzione e profondità la prossima volta che torneremo in Canada. Anche perché è sicuro che torneremo!

Alle 15.30 siamo di nuovo in macchina per andare verso nord, a Bond Head, piccolo sobborgo di appena mille abitanti (raro per queste parti) dove ha la casa Osvaldo, che si è riservato l’ultima cena con noi (solo che chiamare cena un pasto che inizia alle 17.00 è un po’ azzardato, ma comunque ci siamo andati preparati, rimanendo a completo digiuno fino a quell’ora). Ottime libagioni finali con pesce sopraffino e carne di cervo, che non mangiavo da circa dieci anni.

Alle 19.00 tutti al Club Abruzzo per i saluti finali del comitato del Val di Foro Social Club: ancora una volta siamo stati sommersi dall’affetto di tutti e ne siamo usciti fortemente commossi. A me la mitica Loredana, vicepresidente del Club e con parenti miglianichesi, ha regalato un copricapo da giullare e un paio di corna di alce di buon augurio che ho prontamente indossato divertendo e divertendomi un mondo. Sono arrivati a salutarci anche due voci “storiche” di Radio Chin, la radio degli italiani in Canada: Alfonso Ciasca, che ha presentato la serata del venticinquennale, e Ivana Fragasso, conduttrice del programma abruzzese. Infine, gli abbracci, i baci, gli arrivederci, le promesse, i sorrisi: un mix travolgente e commovente che rischiava di sommergerci, ma l’esigenza di tornare subito a casa ci ha salvato.

Non sapevamo però cosa ci attendeva a casa di Mario: tutta la famiglia allargata in attesa, chiacchiere, risate, le ultime battute e soprattutto un mare di regali. Un affetto mai riscontrato, che mi ha riscaldato il cuore ed aumentato la nostalgia che già alberga in me (ed in tutti i componenti della “spedizione canadese”). Vincenzo, Sonia, Adriano, Tania, Enzo, Marcella, Mario, Giuseppina, Carmine, Anna, i piccoli Luca, Andrea, Marco, Giulia, poi Alessia ed anche Osvaldo e la moglie: insomma, tanti ciao e tanti arrivederci che si sono accavallati (poi, più di qualcuno domani ci accompagnerà all’aeroporto… e lì tutti mi sa che ci scioglieremo non poco). Intanto, tutti dovremo domani andare ad acquistare un’altra valigia per stipare i tanti doni che ci sono arrivati (senza contare i regali che abbiamo in abbondanza preso qui per portare in Italia).

Infine, all’apertura della porta di casa per salutare tutti, la sorpresa che ripete quella che ci aveva accolti dieci giorni fa: una placida neve inizia a scendere per Woodbridge: un segnale di saluto che mi riempie ancor più di nostalgia.

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26 novembre: Una giornata interlocutoria

 
La neve, che ha imbiancato di nuovo tutta Woodbridge ci ha costretto, quest’oggi, ad una giornata diversa da quella che avevamo immaginato ed ha iniziato a farci comprendere che è davvero l’ora di pensare al rientro, prospettiva che certo non ci fa stare allegri, visto il calore che stiamo per lasciare (nonostante la temperatura esterna semi-polare).

Perciò, dopo una rapida colazione (del resto ci siamo svegliati comodamente attorno alle 9.00), partiamo alla volta di due visite “di prammatica”, la prima a casa del “compare” di Marco, la seconda a “Nicola di Zapollo”, che è il cugino di mia nonna: due case e due buffet da sostenere, tra caffè, cognac (che qui usano a dismisura… ho iniziato ad apprezzarlo pure io!), prosciutto, salsiccette, cioccolata, dolcetti e chi più ne ha, più ne metta. Per questo, ancora una volta, rinunciamo doverosamente al pranzo e ci dirigiamo verso l’Eaton, un megacentro commerciale nel Downtown (il cuore) di Toronto, dove i torontoniani si ritrovano, visto che all’interno ci sono piazze, fontane ed un enorme albero di Natale. Ci facciamo un giretto per le vetrine, passeggiamo per smaltire un po’ e poi di nuovo nel traffico del rientro.

A casa, scocca l’ora delle cartoline, immancabili e le nostre camere si trasformano in scrittoi.

Alle 19.30 tutti a casa di Enzo e Marcella per la cena: una distesa di sfiziosissimi cibi, dal sushi (che ho provato per la prima volta: non sono sgradevoli come pensavo in principio, ma di fronte a tutto quello che c’era stasera, è assolutamente passato in secondo piano) alla frittata di cardone, passando per il salmone al forno, i cornettini salati al tonno, una torta salata con maionese, mozzarella e carciofo, mini hot dog, vitello porchettato e patate e tante altre cose. La serata è passata tra chiacchiere, qualche gioco alla playstation con i bimbi (e anche tra di noi), scherzi di ogni genere, fino a quando tutti non ci siamo riuniti davanti alla tv per vedere “La storia di Iachille”, il dvd di “Troy” ridoppiato da Marco Papa: una risata continua, soprattutto per i canadesi, che risentivano tante sfumature del nostro dialetto che forse non riascoltavano da anni.

Infine, il brindisi… L’occasione di commozione, visto che già qualcuno ci augurava un buon ritorno: Gianluca è stato delegato a tenere un piccolo discorso di ringraziamento che ha commosso lui stesso, che non è riuscito a proseguire, ma peggio di tutti stava Marco che si è dovuto allontanare con i lacrimoni. Insomma, la nostra avventura canadese purtroppo sta volgendo al termine: ci aspettano altre 36 ore qui e poi si parte! Figurarsi che tutti saranno all’aeroporto: i bimbi faranno vacanza, i grandi si sono presi un giorno di ferie o di “malattia”. Sarà dura resistere al pianto…

Ma ci penseremo venerdì, dopodomani…

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25 novembre: Discovering Toronto

 
Miracolosamente, questo martedì è stato caratterizzato dall’assenza di impegni ufficiali e, grazie anche alla tenuta del tempo (nuvoloso con temperature “miti”, ossia oscillanti tra i 2 e i 5 gradi), abbiamo finalmente potuto fare un tuffo nell’antica Toronto, che in realtà ha lasciato ben poco di sé. Ad aiutarci, anche se inconsapevolmente, è stata la colazione mattutina, che non abbiamo fatto a casa, ma da Severino Martelluzzi, corrispondente del Consolato italiano a Toronto: infatti, arrivati alle 10 nella sua casa, ci si para innanzi un vero breakfast all’inglese, di un’abbondanza inusitata. Bacon, salsicce in formato mini, patate tagliate a listellini e fritte insieme, frittata di patate e frittata con pancetta, waffen (una specie di pizzelle molto alte e morbide che si scaldano al tostapane) con e senza mirtilli, crostata di “mirucule”, muffin neri e bianchi, succo d’arancia, caffè: insomma, una super colazione che ha fatto anche da pranzo. Grazie a questa possibilità, abbiamo deciso di girare la città senza fermarci per la pausa pranzo, visto che in serata avremmo avuto la cena al club Abruzzo con il direttivo del Val di Foro Social Club.

Con noi, oggi, non c’è Marco che è impegnato in un tour molto meno affascinante tra gli uffici comunali di Toronto, per farsi rilasciare il certificato di nascita al fine di conseguire il passaporto canadese, visto che lui è nato proprio qui,

Finalmente, dopo diversi giorni in cui abbiamo insistito, siamo riusciti ad andare a Pioneer Village, proprio dietro l’università di York, che, tra l’altro, era in subbuglio a causa di una protesta di studenti che bloccavano il traffico sulla York Road, la strada principale che taglia in due il campus universitario e che noi dovevamo obbligatoriamente percorrere.

Pioneer Village, come dice il nome stesso, è un villaggio che risale all’epoca dei pionieri inglesi (metà dell’Ottocento) e non è ricostruito: tutti i pezzi, le case, la chiesa, le stalle, le botteghe sono originali, provenienti da tutte le città dell’Ontario e ricollocate per creare un villaggio tipico del XIX secolo. All’interno, ragazzi e giovani riproducevano gli antichi mestieri, spiegando a tutti i visitatori, in prevalenza bambini delle scuole elementari canadesi, la storia degli oggetti, dei lavori e della vita dei primi abitanti occidentali dell’Ontario: un tuffo splendido all’indietro di due secoli, che sono le fotografie possono rendere pienamente. Maniscalco, sarto, fabbro, maestro, contadino, avvocato, pastore presbiterano, mugnaio, tipografo e addirittura membro di loggia massonica: sono tutte figure che vengono evocate all’interno di Pioneer Village che costituisce una testimonianza vivente di un’epoca che ha fatto grande il Canada, allorquando era ancora un dominion della Corona Britannica e, per quanto riguarda il Québec, una provincia d’oltremare del Regno di Francia.

Al termine della visita, altro shopping nel negozio interno: stavolta abbiamo trovato davvero tante cose tipicamente canadesi, compreso il tradizionale copricapo di castoro dei pionieri dello Yukon (quello, per intenderci, che indossava zio Paperone nelle storie a fumetti in cui si ricordano le campagne dell’oro nel mitico Klondike): un ricordino che ha tentato un po’ tutti, ma abbiamo resistito alla tentazione, allorquando ci siamo accorti che in realtà era una riproduzione in poliestere e pelo di coniglio!

Breve pausa caffè alla bakery (una specie di forno-pizzeria-pasticceria) di D’Aversa, che, unico in Canada, ha il forno a legna per la pizza (e il caffè è davvero spettacolare) e subito ci siamo rituffati in centro città per vedere il secondo pezzo storico di Toronto, Casa Loma, una splendida residenza-castello fatta costruire da un ricco ufficiale dell’esercito canadese, sir Henry Pellatt, nei primi anni del Novecento. Tutto, dentro Casa Loma, parla di sfarzo e maestosità: le stanze, i mobili, gli accessori, i cimeli di guerra (Pellatt fu tra i protagonisti della storia militare del Canada tra fine Ottocento e il 1930, per poi finire in bancarotta per una serie di investimenti sbagliati). Tre piani più sotterraneo di autentica meraviglia, tutta ammirata grazie ad un’audio-guida a forma di telefonino cellulare che viene fornita all’ingresso. Sorprendentemente, scopro che la gestione della struttura, ora di proprietà comunale, è affidata al Kiwanis Club di Toronto: è come se fossi di casa, visto che sono l’addetto stampa del Kiwanis Club di Pescara!

Alla fine, io, Roberto e Gianluca saliamo fin sopra alla torre scozzese, tra capriate di legno e interminabili scale a chiocciola, ma la vista della città e dei giardini di Casa Loma dall’alto merita la fatica. Poi, nello scendere, uno scherzo di Roberto a me (si era nascosto dietro una porta di legno tra l’oscurità e mi ha d’improvviso toccato la spalla mettendomi paura: io sono saltato di mezzo metro quasi scalciando in aria) si è trasformato nella comica della giornata, costringendo tutti ad un rapido accesso ai bagni di Casa Loma per il troppo ridere.

Serata, come detto, al Club Abruzzo per la cena con il comitato del Val di Foro Social Club: un altro tuffo nell’Abruzzo di un tempo con i nostri connazionali sempre più affettuosi e sempre più simpatici. Menu assolutamente imperdibile: sagne e fagioli, fatte in casa e davvero fantastiche, salsicce di carne e di fegato, dolci tipici (tra cui gli ottimi cavicioni fatti da Floriana, da segnalare in maniera particolare). Ancora abbracci, baci, discorsi e richieste di saluti (mi sono attrezzato con taccuino e penna per segnare tutti i saluti da fare al mio ritorno: sono davvero tanti!!!): pensando al fatto che giovedì sera saremo ancora al Club Abruzzo per la serata dei saluti finali, già mi si stringe il cuore e mi commuovo… davvero il Canada mi è entrato dentro, al pari dell’Australia! Qui però sento un calore ancora più speciale rispetto alla terra dei canguri: ho assolutamente fatto bene a decidere di venire qui, sebbene avessi avuto molte incertezze prima di partire.

E ora non me ne vorrei andare…

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24 novembre: Una giornata a Vaughan

 Lunedì: dopo aver smaltito le celebrazioni ufficiali di sabato, un altro impegno istituzionale ci aspetta nella mattinata, la partecipazione al Consiglio comunale di Vaughan (che – incredibile a dirsi – si pronuncia semplicemente “Von”, con la “o” aperta, tendente alla “a”). Ma anche questa volta l’impegno ufficiale viene preceduto da giri e controgiri per motivi “familiar-emigranti”: prima caffè da “La Molisana”, offerto da Severino, addetto al consolato onorario d’Italia, che ci vuole anche per domani ad un breakfast a casa sua, poi ricerca della casa natale di Marco, che è stato in Canada nei primi otto mesi di vita (e che sta per questo cercando di ottenere, proprio in questi giorni, anche il passaporto canadese), e ancora al bar “Azzurri 82”, abituale ritrovo di Mario, dove abbiamo mancato l’incontro con un cugino di mio nonno. Infine, alle 12.10, puntualissimi, siamo di fronte al municipio di Vaughan, dove ritroviamo la delegazione di Introdacqua, già incontrata in radio giovedì scorso, pronti per il Consiglio comunale. Prima, però, una conferenza stampa, che il grintoso sindaco, la signora Lynda D. Jackson, liquida in poco meno di dieci minuti e soprattutto con una puntualità svizzera. Anche qui le conferenze stampa sono per lo più passerelle, tanto più che si annunciava un evento legato alle Olimpiadi Invernali del 2010, che si terranno a Vancouver, e quindi non c’erano che un giornalista e due fotografi…

In Consiglio comunale prima sorpresa: per una città di oltre 300 mila abitanti i consiglieri in tutto sono (sindaco ed assessori compresi) nove, più il city manager e il consigliere eletto per la consulta dei giovani: uno schiaffo enorme ai nostri organismi pletorici (Ripa Teatina e Miglianico con 5000 abitanti circa hanno 16 consiglieri, Chieti e Pescara 41 con 11 assessori). Una cosa che farà molto sorprendere Vincenzo, Adriano ed Enzo quando, in serata, parlerò con loro delle varie consuetudini politiche italiane (come quella di continuare a lavorare mentre si è parlamentari o il cumulo delle cariche elettive).

Il Consiglio comunale prevede quattro cerimonie, tra cui anche la nostra e la sindachessa dimostra di essere un tipo particolarmente pratico e spiccio, liquidando con serietà, sobrietà ed anche solennità tutte le formalità in poco meno di un’ora. Discorsi ufficiali e foto a volontà compresi: un miracolo di efficienza.

All’uscita dal municipio, una brutta sorpresa: è iniziato a nevicare forte, sebbene la temperatura fosse tra i 2 e i 4 gradi, e quindi ci è stato impossibile continuare il tour turistico che avevamo programmato, tra Casa Loma, il forte dei pioneri e il villaggio indiano vicino Hamilton. Speriamo di poter recuperare nei prossimi giorni. Il pomeriggio, dunque, è stato giocoforza trascorso in un altro maxi-centro commerciale il Vaughan Mills: praticamente tre Megalò messi insieme, per capirci con le dimensioni, e senza contare tutti i negozi e i ristoranti che erano all’esterno (dove formavano quattro piazze ai quattro lati del “mall”). Meraviglioso, all’interno, il “Bass Pro Shops”, enorme negozio con tutto quello che serve per i cacciatori (sport molto diffuso in Canada): dalle armi all’abbigliamento, dagli accessori alle chincaglierie più varie, il tutto realizzato con riproduzioni a grandezza naturale degli animali tipici canadesi (alce, orso, cervo) e degli ambienti di caccia.

Alle 17.30, per portarci “avanti” con le visite, abbiamo tentato con successo di andare a trovare Floriana, del comitato direttivo del Val di Foro Social Club.

Infine il ritorno a casa e la rapida preparazione per andare a casa di Sonia ed Enzo per una serata di hamburger, con tutta la famiglia riunita (quella dei Ricciuti al gran completo e quella di Enzo, che è originario di Pizzoferrato). Con un goloso anticipo realizzato con dei “past three” (leggere sfoglie di acqua, farina e strutto cucinate al forno con dentro zucchine, peperoni, funghi e formaggio), abbiamo iniziato a farci da soli gli hamburger, con gli ingredienti messi a disposizone da Sonia e la carne cucinata al barbecue (sotto la pioggia) da Enzo. Io ho praticamente “inventato” un hamburger farcito all’inverosimile: carne, maionese, lattuga, pomodoro, formaggio svizzero, formaggio inglese, cipolla. Una “torre” che ha stento sono riuscito a mordere con un solo boccone…

Serata di chiacchiere anche rilassanti, prima del ritorno a casa che ci riserva un’altra disavventura, questa volta capitata a Marco, che, scivolando sull’asfalto viscido mentre entrava in macchina, ha battuto la testa sullo spigolo dello sportello: il risultato è un bel taglio sulla fronte e tanto dolore. Ma con un po’ di ghiaccio, anche il taglio di Marco è stato sistemato. Tutti a letto!

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23 novembre: è iniziata la guerra degli inviti

 

Mi era già capitato in Australia, ma la capacità di essere autonomi tramite i mezzi pubblici mi aveva in un certo senso “salvato”, invece questa volta la natura stessa del nostro viaggio, quello di delegazione ufficiale tra gli emigrati abruzzesi, ed insieme la necessità di essere accompagnati dappertutto, non ci ha impedito di essere al centro di una pacifica guerra tra i compaesani sparsi per Toronto e dintorini, quella degli inviti.

Si potrebbe dire di noi quello che Figaro canta nel Barbiere di Siviglia: “Tutti ci chiedono, tutti ci vogliono”. Dopo la festa di ieri e la conoscenza che tutti hanno fatto della delegazione, il nostro Osvaldo ha iniziato a ricevere pressanti richieste perché ci accompagnasse “per un caffè” (formula alquanto eufemistica) nelle case degli emigrati. Le richieste sono tante, i giorni pochi e gli impegni già presi troppi: insomma, il cerchio non si quadra, non è possibile fisicamente. Per questo si era deciso di salutare tutti coloro che volessero incontrarci giovedì prossimo presso il Club Abruzzo; purtroppo, le pressioni sono state tante e tali che alla fine ci siamo dovuti arrendere.

Stamattina ci siamo svegliati tutti più o meno in orario “accettabile”, dopo aver tirato fino a tardi alla festa di sabato: tra le 8.30 e le 9.00 eravamo tutti svegli, sindaco a parte, che si è concesso un po’ più di riposo (ed era stato anche il primo ad addormentarsi ieri sera). A colazione abbiamo issato subito bandiera bianca, riducendo al minimo le calorie ingurgitate, visto che le bilance per tutti segnano rincari impietosi (anche se tutti pensavamo molto peggio) e proprio per questo lo scampolo di mattinata rimasta è trascorsa in una passeggiatina di mezz’ora circa dalla casa di Mario a quella di Sonia e Vincenzo in Bush Drive, a tre isolati di distanza: approfittando della bella giornata e del sole, che ha fatto salire la temperatura fino a più 1 (salvo poi scendere a meno 3 per il vento che improvviso si è alzato), abbiamo pensato di muoverci un po’. Passeggiata, visita alla casa di Sonia e Vincenzo che è in fase di ultimazione, poi un salto al cimitero cattolico di Queen of Heaven, e qui non ripeto le osservazioni che già ho fatto in Australia tre anni fa sulla profonda differenza tra i cimiteri italiani e quelli anglosassoni.

Il pranzo è slittato alle 14 ed è stato caratterizzato, grazie sempre alla presenza di un po’ di sole, dal classico BBQ stile inglese (bistecche di vitello e costatine di maiale) con un tocco di italianità nell’ampia scelta di verdure che Giuseppina aveva preparato amorevolmente, insieme al pane (fatto da lei in casa) che stavolta era condito con del pomodoro secco.

Al termine del pranzo, Osvaldo arriva per accompagnarci nelle prime stazioni della “via crucis” dei caffè nelle case dei compaesani: due le tappe di oggi, a Joe Coletti e da Quinzio Ricciuti, con tanto di pasticcini, spumante, cognac, ai quali a fatica ci sottraiamo (pagando pegno in termini di caffè, in totale ne abbiamo presi ben quattro). Domani si replica, con un giro forse più ampio, dopo la cerimonia ufficiale presso il Consiglio comunale di Vaughan.

Tornati a casa, giriamo prudentemente alla larga dalla cucina (nessuno ha toccato alcunché, fatta eccezione per Mauro, Gianluca e Roberto che si sono fatti convincere a sorseggiare un tè alla menta) e ci impegniamo in giochi e chiacchiere con i bimbi di casa, Luca, Andrea, Giulia, mentre mamme, papà, nonni stavano intrattenendo altri parenti.

La serata, che avevamo immaginato a casa di Enzo e Marcella a farci quattro risate vedendoci “Troy” di Marco Papa, è così sfumata e attorno alle 23 battiamo in ritirata verso l’agognato letto!

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Una little Abruzzo in Canada

 

Sabato, il giorno della grande festa del Val di Foro Social Club (anche se qui, con un ipercorrettismo, tipico di chi è lontano da anni dal proprio Paese d’Origine, la denominazione ufficiale sarebbe Val del Foro), il vero motivo per cui tutti noi siamo qui.

Per la prima volta, non ci siamo svegliati “con le galline”, ma intorno alle 7.30, segno che il jet-lag è ormai assorbito quasi completamente. Ancora una colazione regale, grazie a Sonia che si è messa attorno ai fornelli per farci assaggiare una specialità canadese per il breakfast, il pan-cake con i mirtilli e lo sciroppo d’acero. Dall’Italia avevo avuto solo commenti negativi sul sapore dello sciroppo d’acero, che è un po’ il simbolo del Canada (visto che la foglia d’acero compare anche nella bandiera nazionale), invece ho dovuto constatare che il suo sapore si sposa alla perfezione con il pan-cake, che viene realizzato con una farina speciale, che è un mix tra la nostra farina 0 e quella di mais: si realizza una specie di frittella circolare, si mette sulla piastra per un paio di minuti (e non bisogna dimenticare di voltarla come una frittata) e poi si aggiungono i mirtilli e lo sciroppo d’acero. Una bontà!

Rinfrancati dalla colazione, la mattinata trascorre in un centro commerciale dell’East Side di Toronto: Australia esclusa, dove ero stato ai grandi magazzini (ma non propriamente dei mall) di tre edifici collegati l’un con l’altro, è il più grande centro commerciale mai visto in vita mia: cinque corridoi circolari che si intersecano e si raccordano in una grande piazza centrale al chiuso. Dentro, davvero tutto di tutto, con un’elevata qualità di prodotti e i prezzi competitivi, almeno rispetto all’Italia. Abbiamo fatto molto shopping, un po’ in gruppo, un po’ solitari (io ho avuto modo di constatare come il mio inglese non sia per nulla arrugginito, anzi…) e siamo tutti riusciti a mantenere la promessa fatta a colazione: in vista della cena della sera, nessuno avrebbe toccato nulla da mangiare.

Promessa che però si è infranta al nostro ritorno a casa: Giuseppina aveva fatto la pizza!!! Impossibile resistere al profumo che si è sparso subito al nostro rientro e alle due qualità di pizza fatta, pomodoro e bianca con le alici (per non palrare del prosciutto crudo, della mozzarella e della selezione di formaggi che ci sono stati presentati insieme).

Avremmo voluto prepararci per la serata di gala con una certa calma, rivestirci per bene, farci la doccia e con calma riuscire a stare per le 17.30 alla sala da ricevimento, con l’anticipo di un’ora necessario per organizzarci, soprattutto io che avrei dovuto co-presentare l’evento, almeno per la parte italiana. Invece, un problema con le pergamene da lasciare ai nostri connazionali canadesi ci ha costretto ad un tour de force tra computer, stampanti, reti wireless che non funzionavano (proprio adesso!) e chi più ne ha più ne metta. Il risultato è stato che ci siamo presentati alla sala ricevimenti alle 18.45 con un trascurabile ritardo di 75 minuti sull’orario concordato, anche se in anticipo di un quarto d’ora sull’inizio della serata.

Che dire di un ricevimento in cui la girandola di racconti, di saluti, di strette di mano, di ricordi della vecchia Miglianico, della vecchia Ripa Teatina e della vecchia Tollo ci ha investito in pieno? Eravamo trottole sempre in giro per i tavoli (il che non ci ha fatto male, visto che ci ha permesso di poter saltare alcune delle portate della cena, non avendo quasi per niente fame) e tutti ci cercavano per parlarci, per ricordare, per trovare una qualche parentela (io stesso ho beccato cugini di mia nonna, mai conosciuti o vicini di casa dei tempi andati), per avere qualche racconto della situazione attuale dell’Italia e dei nostri paesi.

Commovente il momento degli inni nazionali: noi italiani d’Italia con la mano sul cuore e con gli occhi gonfi quasi di pianto, orgogliosi di cantare a squarciagola Fratelli d’Italia! Un po’ stancante la girandola di premi, discorsi ufficiali, scambi di cortesie, di pergamene, di doni, anche perché ad un certo punto, e giustamente, la sala li ha iniziati ad ignorare, continuando beatamente a parlare.

Un tuffo emozionante nell’Abruzzo di tanti anni fa, con persone che amavano raccontare ed ascoltare i racconti. E alla fine poco importa che, personalmente, ho dovuto rinunciare ad un esplicito invito di una bella canadese che mi invitava a ballare (e non solo…) perché “braccato” da una serie di compaesani che mi avevano bloccato in un lungo discorso.

Fino a mezzanotte abbiamo tenuto la scena, poi ci siamo un po’ scatenati nel ballo, almeno! Alla fine, all’una e mezza siamo stati gli ultimi ad uscire dalla sala, dopo aver raccolto un mare di biglietti da visita, di numeri di telefono, di indirizzi e-mail e di promesse di rivederci allorquando ognuno fosse tornato in Italia.

All’uscita dalla sala, sopresa gelida: una notte da brividi con meno 12 gradi e gelo dappertutto!

Rapidi ci infiliamo nella macchina e rapidi ci addormentiamo, stanchi morti!

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Niagara Falls: la forza spaventosamente affascinante della natura

 

Un’altra giornata iniziata poco prima dell’alba: tra le 6.15 e le 6.45 tutti siamo già in piedi e quel che è peggio senza sonno. Effetto ancora del jet-lag? Credo di no; il fatto è che nella giornata coroneremo tutti un sogno di bambini: vedere le mitiche Cascate del Niagara, che per antonomasia sono le cascate più grandi e spettacolari (sebbene sappiamo tutti che quelle più grandi sono in Africa, sul lago Vittoria) e questo ci mette una strana adrenalina in corpo, che ci ha fatto svegliare presto e rapidamente concludere la colazione. Ma proprio stamattina Osvaldo è in ritardo: sono solo dieci minuti, ma a noi sembrano un’eternità.

Quando arriva, tutti saltiamo sulla macchina (che oggi porta anche Enzo, il figlio di Mario) e in poco più di 90 minuti siamo in vista del confine tra Stati Uniti e Canada, dove sorgono le Niagara Falls. La giornata è splendida, un sole assolutamente non velato da alcuna nuvola, e per questo l’aria è particolarmente frizzante: -6 gradi al suolo, ma appena scendiamo diventano -15 a causa di un leggero vento che spira dal lago Eire. Ma noi non ci facciamo scoraggiare, anche perché siamo “armati” di tutto punto, tra guanti, cappelli, sciarpe, paraorecchie e varie altre tecniche di copertura del corpo (praticamente siamo otto paia di occhi che camminano…).

Subito raggiungiamo l’ascensore per visitare il “cuore” della cascata, dall’interno, con tanto di impermeabile usa-e-getta d’ordinanza, che mi pone parecchi problemi nell’indossarlo: le provo tutte, ma la mia testa quasi si rifiuta di infilarsi nel buco giusto, con scenette macchiettistiche, di pura comicità, fino a quando in tre non mi “conferiscono” l’infido impermeabile giallo.

Visitare le Cascate del Niagara dall’interno è un’esperienza unica: oltre al fragoroso rumore che ininterrottamente accompagna il passaggio nei cunicoli, c’è la sensazione forte della spaventosa e straordinaria forza bruta della natura, amplificata poi dai vari cartelli esplicativi presenti lungo il camminamento, che ricordano come degli ingegneri abbiano escogitato un espediente tecnico per “rallentare” l’inesorabile e progressivo avanzamento del fronte della cascata.

Quando ci affacciamo alla sommità della cascata, lo spettacolo si fa più bello, soprattutto grazie agli arcobaleni che si formano continuamente lungo il fiume San Lorenzo, in prossimità del salto. In lontananza, scorgo il Victoria Bridge, il ponte su cui passa il confine tra Usa e Canada e location per uno dei film che amo di più, il remake di “Non siamo angeli”, con Robert De Niro e Sean Penn.

Foto, cartoline, souvenir… ci siamo comportati da bravi turisti, mentre la temperatura saliva a -2. Il tempo di risalire in macchina, direzione Hard Rock Cafè, ma non essendoci il parcheggio nelle vicinanze, abbiamo fatto il giro della città, osservando una piccola Las Vegas, fatta di attrazioni e casinò. Eh, appunto, il casinò: Mario ed Osvaldo avevano deciso di portarci a far vedere questo grande stabilimento soprattutto perché al suo interno c’è un ristorante che permette agli avventori, con poco meno di 9 dollari, di mangiare tutto, ma proprio tutto, quello che si voleva.

Si poteva rifiutare una proposta del genere? Così tutti al casinò, tranne Gianluca: la guardia di servizio lo ha fermato sulla soglia della porta, ritenendolo forse minorenne (ed in effetti, tra barba fatta, abbigliamento informale, ci poteva stare). Richiesta di documenti e ilarità generale per l’ennesima disavventura…

Arriviamo al ristorante, non senza aver osservato come il casinò sia il regno di anziani di ogni età (dagli appena sessantenni fino a vecchietti decrepiti che imperterriti giocano alle slot machine) e la cosa ci ha costretti a riflettere alquanto: da noi la vecchiaia è il tempo della massima “avarizia”, mentre qui si scialacquano senza problemi interi patrimoni.

Le buone intenzioni di tutti, che volevamo fare un pranzo leggero leggero, si sono infrante sull’abbondanza delle proposte presenti nel ristorante: c’era davvero di tutto e, stranamente, anche una pizza decente, in tre gusti, formaggio, salame e verdure. Senza poi contare la quantità straordinaria di dolci di ogni tipo: apprezzata da tutti una mia idea, che abbinava i dolcetti al cocco alla salsa di cioccolato fondente.

Dopo pranzo, belli satolli, giro per l’Hard Rock Cafè e primi acquisti per i regali del ritorno.

Alle 16 di nuovo in macchina, ma stavolta il ritorno è stato un vero Calvario, a causa del traffico del fine-settimana: solo dopo due ore mezzo potevamo avvistare 86, Lois Drive, la casa di Mario.

Una doccia rapida, le notizie dall’Italia di SkyTg24 ed ecco che tutta la famiglia Ricciuti al gran completo (c’era anche Giulia, la figlia di Adriano, che ieri non era presente) arriva a prenderci per portarci in qualche locale tipico. Peccato che il ristorante prescelto non prendesse prenotazioni il venerdì sera. Risultato? Due ore e 45 di attesa prevista. Per noi italiani sarebbe andata di lusso, visto che nessuno di noi aveva fame, ma i piccoli Ricciuti scalpitavano per la fame e quindi giocoforza occorreva cambiare luogo.

Mai cambio di programma fu così apprezzato: arriviamo al Montana’s di Vaught, un locale rustico in stile country, dove l’attesa è di “appena” 35 minuti, trascorsi tra una birra e una chiacchiera. Al tavolo, c’è chi riesce a limitarsi, come me (solo insalatona, ma davvero particolare, con mandarini, ribes, lattuga, aceto balsamico, pomodoro, feta, gamberetti) o Roberto, e chi no. Tra questi ultimi, c’è Marco che chiede una costatina di maiale, pensando alle porzioni italiane: arriva invece un piattone enorme accompagnato da una serie di patate di ottima fattura. Con l’aiuto di Gianluca, anche la maxi-costatina è consumata.

La nostra cameriere, simpaticissima e disponibilissima, è Laura, che ci dice di essere abruzzese, ma non sa di dove precisamente. Alle nostre pressanti richieste, chiama i genitori a casa e scopre così di essere originaria di Civitanova Marche, altro che Abruzzo: si impone perciò un ripasso rapido di geografia italiana che io le impartisco (ovviamente in inglese) disegnando con dei gessetti che tutti i tavoli avevano in dotazione sul coperto (di carta), spiegandole, sempre in inglese, e qui ci sono stati comici problemi, che “meglio un morto in casa che un marchigiano dietro la porta”.

A coronamento della serata al Montana’s, i ripesi mi fanno arrivare di nascosto il copricapo a forma di corna di alce, che i camerieri del locale fanno indossare a chi festeggia il compleanno, corredandolo di canzoni goliardiche e mini-torta con candele.

Alla fine della serata, però, si sentiva la necessità di un vero caffè espresso: allora siamo andati a casa di Enzo e Marcella, in 80, Lois Drive, praticamente l’abitazione accanto a quella di Mario, che è stata realizzata con il medesimo progetto dell’altra. Ma di questo Mauro non se n’è accorto e, appena entrato, credendo di essere ritornato a casa di Mario, subito ha imboccato le scale per salire al piano superiore dove (a casa di Mario) ci sono le nostre stanze. Ilarità generale ed ironie sulla stanchezza e soprattutto sulla forza delle caraffe di birra che sul tavolo del ristorante si sono sprecate.

Ottimo caffè espresso, da tutti apprezzato, ma i padroni di casa hanno avuto anche il barbaro coraggio, dopo la luculliana cena, di tirare fuori un pandoro italiano con crema di limoncello… la morte sua!

Così, a mezzanotte appena trascorsa, siamo usciti da casa di Enzo e Marcella, con -9°, per fare rientro, finalmente nelle nostre stanze. Domani è il giorno della grande festa al Val di Foro Club, motivo primo della nostra trasferta canadese.

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