Una piccola Val di Foro a Toronto

Nemmeno il tempo di riprenderci dal viaggio e dal fuso orario e tutta la delegazione è stata catapultata in una realtà assolutamente parallela: non sembra proprio essere atterrati in Canada, visto che il dialetto abruzzese impera un po’ dappertutto, non solo tra gli anziani della prima generazione di emigrati, ma anche tra i giovanissimi della terza generazione, nipoti dei primi “pionieri” dell’emigrazione italiana in Canada.

Ma andiamo con ordine per raccontare questa lunga giornata, fatta di quasi 26 ore di avvenimenti. L’appuntamento per la partenza verso Fiumicino è stato fissato alle 4 del mattino e con puntualità certosina tutta la delegazione è sulla strada verso l’aeroporto, dove poco prima delle 7 arriva e sbriga rapidamente le formalità d’imbarco. Pare andare tutto liscio, il gate C29, assegnato per la partenza, non è nemmeno troppo affollato e tra i tanti viaggiatori in attesa si scorge anche il saio e la barba bianca di padre Fedele, il cappuccino noto alle cronache per la passione sfegatata allo stadio e per un presunto giro di ricatti a sfondo sessuale e sospeso per questo a divinis.

Poteva andare tutto liscio in un giorno in cui le cancellazioni dei voli Alitalia proseguivano imperterrite? L’imbarco, previsto alle 9.50, slitta alle 10.20, ma alle 10.35 eravamo ancora in attesa di essere chiamati. Quel che non ci “tornava” era la disposizione degli aerei attorno al gate C29, che non permetteva l’ingresso di un altro velivolo. Infatti, quando, alle 10.40, le hostess hanno chiamato il nostro volo, ci hanno anche annunciato che avremmo raggiunto l’aeromobile con l’autobus. E qui, si è materializzata una scena “fantozziana”: chi non ricorda il rocambolesco viaggio dei pensionati dell’Inps (Istituto Neutralizzazione Parassiti Sociali) a Venezia? L’autobus della ADR compie un giro assurdo tra gli aerei, e per un attimo sembra davvero che, come in “Fantozzi va in pensione”, avremmo dovuto raggiungere la meta in pullman. Infine, l’agognato arrivo sull’aereo, al cui interno si poteva respirare l’aria del melting pot di culture, popoli e razze che avremmo trovato a Toronto.

Viaggio tutto sommato piacevole, a parte il pranzo, consumato con un pollo dal sapore indefinito, accompagnato con carote che al palato sembravano di plastica: tra qualche sonnellino, giornali, libri, film (in particolare il nuovissimo “Mamma mia”, doppiato, peraltro, malissimo) non ci accorgiamo che non solo l’aereo, grazie al vento a favore, ha recuperato tutto il ritardo accumulato, ma che il volo atterra a Toronto con dieci minuti di anticipo rispetto all’orario previsto, le 14.00 ora locale, le 20.00 in Italia.

Piccoli disguidi comici alla frontiera, con Gianluca che, per avere risposto erroneamente ad una domanda formulata in un inglese assolutamente stretto ed incomprensibile, è stato accompagnato presso l’ufficio immigrazione, scambiato per un extracomunitario che intendeva entrare in Canada per lavoro.

Ritirati con straordinaria velocità i bagagli (i miracoli che non ti aspetti dall’Alitalia), all’esterno ci aspettavano lo zio di Marco, Mario Ricciuti, che ci ospita nella sua casa di Woodbridge, sobborgo a nord di Toronto, e il presidente del Val di Foro Club, Valdo. È tutta una girandola di presentazioni e di saluti, mentre mettendo il naso fuori dall’aeroporto, ci aspetta una bella (per me) sorpresa: inizia a scendere una lieve ma persistente nevicata che in breve imbianca strade, tetti e giardini di una Toronto periferica che appare come le zone residenziali dell’Inghilterra. Si affastellano in un ordine quasi surreale case tutte uguali, con garage doppio, giardino ben curato (all’inglese, ovviamente), case a due piani con tetto spiovente. Si affaccia qua e là già qualche decorazione natalizia e qualche luminaria, come nel giardino della casa di Mario, il cui calore (fisico e metafisico) ci avvolge e ci fa sentire subito a casa, tra bimbi che giocano rumorosamente, volti nuovi da memorizzare, qualche dolcetto e un buon caffè italiano, fatto da una moka sensazionale, a ripagarci degli pseudo-caffè bevuti sull’aereo.

Il tempo di una doccia ristoratrice e quattro chiacchiere in libertà e subito si monta in macchina alla volta del numero 8000 di Highway 27, sede di uno dei più famosi ristoranti italiani di Woodbridge, “Sapore”, gestito tra l’altro da un abruzzese di Canosa Sannita. Qui, al di là dell’ottima cena italiana, che mescola sapori di mare a quelli di terra in un miscuglio di cucine, ci troviamo di fronte davvero ad una piccola Val di Foro: il direttivo del club è infatti composto di persone dai cognomi a noi familiari e tutta la piacevolissima serata trascorre nel ricostruire la parentela degli italo-canadesi, che sono tutti rigorosamente di Tollo, Miglianico e Ripa Teatina. Una splendida cavalcata di ricordi e di aneddoti che attraversa tutta la serata e che ci fa sembrare di essere ancora in Abruzzo, altro che Canada! Se non fosse per i cartelli stradali, in inglese e francese, ci sembrerebbe di stare ancora nella nostra terra.

All’uscita dal ristorante, davvero affaticati non per la cena né per la compagnia, ma per il sonno (ben 25 ore filate di attività), sorpresa: la neve ha ormai formato uno strato di circa cinque centimetri, ed ora scende molto più insistente di prima. Il ritorno a casa di Mario è quasi surreale in un’atmosfera autenticamente natalizia.

Ma non abbiamo tempo per godercela tutta: il letto chiama!

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